Empoli aderisca alla proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace
09-08-2026 09:11 - Opinioni
di Franco Pescali
Ci sono momenti nei quali una città può decidere se limitarsi a osservare ciò che accade nel mondo oppure scegliere di prendere una posizione. Credo che questo sia uno di quei momenti. Per questo, attraverso queste pagine, rivolgo un appello personale alla città di Empoli: aderire ufficialmente alla proposta di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace, rilanciata dal professor Eugenio Mazzarella dell'Università Federico II di Napoli.
Non penso che un premio possa fermare una guerra. Non penso nemmeno che una candidatura possa restituire la vita ai bambini che sono stati uccisi, né cancellare le ferite di quelli che sono sopravvissuti. Ma penso che possa avere un valore enorme: costringere il mondo a guardare la guerra dalla parte dei bambini. E forse è proprio questo che oggi abbiamo bisogno di fare.
La guerra vista dagli occhi di un bambino
Quando parliamo di guerra siamo abituati a contare morti, feriti, edifici distrutti, territori conquistati o perduti. Ma c'è un'altra contabilità, molto più difficile da misurare. È quella dell'infanzia perduta. Un bambino che vive sotto i bombardamenti non perde soltanto la propria sicurezza. Può perdere la casa, i genitori, i fratelli, gli amici, la scuola, il quartiere nel quale è cresciuto e tutti quei riferimenti che costruiscono la sua identità. Può riportare ferite fisiche permanenti, amputazioni, disabilità. Ma anche quando il corpo rimane apparentemente integro, la guerra può lasciare ferite invisibili. La paura continua, gli incubi, l'ansia, l'isolamento, la depressione, la perdita della capacità di concentrarsi, il trauma legato alla morte o alla violenza vissuta direttamente o osservata possono accompagnare un bambino per anni.
E poi c'è la scuola.
Una scuola distrutta non è soltanto un edificio in macerie. È una biblioteca che non esiste più. È un insegnante che non può più insegnare. È una classe di bambini che non si ritrova. È un anno di vita che viene cancellato. L'interruzione dell'educazione significa perdere conoscenze, relazioni sociali, opportunità e prospettive. Significa compromettere il futuro di una generazione. E non è finita. La guerra porta fame, malnutrizione, malattie, mancanza di cure mediche, condizioni igieniche precarie, sfollamento e perdita di ogni stabilità. Può costringere bambini e famiglie a spostarsi continuamente, trasformando l'eccezionalità dell'emergenza nella normalità quotidiana. E c'è una conseguenza ancora più profonda. La guerra insegna ai bambini che la violenza è normale. Insegna che il rumore di un'esplosione può essere più familiare di quello di una campanella scolastica. Insegna a distinguere un aereo da un elicottero, una sirena da un allarme, invece di insegnare a leggere, a scrivere, a giocare. Questo è forse il crimine più terribile che una guerra possa commettere contro l'infanzia: rubare ai bambini il diritto di essere bambini.
Perché proprio i bambini di Gaza?
La proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace non dovrebbe essere letta come una competizione tra vittime. Non significa che le sofferenze dei bambini israeliani, ucraini, sudanesi, yemeniti o di qualsiasi altra parte del mondo valgano meno. Al contrario. Proprio perché i bambini non sono responsabili delle decisioni degli adulti, ogni bambino vittima di una guerra dovrebbe essere considerato parte della stessa grande tragedia dell'infanzia violata. La candidatura dei bambini di Gaza può dunque diventare un simbolo. Un simbolo rivolto alle istituzioni internazionali, ai governi e alla società civile. Un simbolo che dica una cosa elementare e insieme rivoluzionaria: la pace deve cominciare dalla protezione dei bambini. Non dalle strategie militari. Non dai confini. Non dalle vendette. Non dalla logica secondo cui una sofferenza può giustificarne un'altra. Dai bambini.
E allora chiedo a Empoli di fare la sua parte
Empoli è una città che ha una storia importante di partecipazione civile, di memoria e di impegno democratico. Per questo mi rivolgo al Sindaco Alessio Mantelassi , alla Giunta e a tutto il Consiglio comunale. Chiedo che il Comune di Empoli aderisca ufficialmente alla proposta di candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. Chiedo che questa adesione non rimanga una semplice dichiarazione, ma diventi una scelta pubblica della città. Un atto istituzionale. Un segnale. Un modo per dire che Empoli riconosce nella tutela dell'infanzia uno dei valori fondamentali della propria comunità. Non chiedo alla città di condividere una parte politica. Chiedo di condividere un principio. I bambini non sono la guerra. Sono le sue vittime. E proprio per questo possono diventare il simbolo più forte della pace. La loro candidatura al Nobel non restituirà ciò che è stato perduto. Ma potrebbe ricordarci che dietro ogni numero c'è un bambino. Dietro ogni fotografia di una distruzione c'è una vita che avrebbe dovuto essere diversa. Dietro ogni scuola distrutta c'è un futuro interrotto. Dietro ogni bambino ferito c'è un adulto che non potrà mai cancellare ciò che quel bambino ha visto. La guerra uccide l'infanzia
È questa, alla fine, la ragione del mio appello.
La guerra non uccide soltanto le persone. Uccide l'infanzia. Uccide il diritto di giocare. Uccide il diritto di andare a scuola. Uccide il diritto di sentirsi al sicuro. Uccide il diritto di progettare il futuro. E quando non riesce a uccidere un bambino, può comunque provare a rubargli una parte dell'infanzia. Per questo credo che Empoli debba dire la sua. Con rispetto per tutte le vittime. Senza dimenticare nessun bambino. Senza trasformare il dolore in propaganda. Ma con una convinzione semplice e radicale: Se vogliamo costruire la pace, dobbiamo prima di tutto difendere coloro che non hanno scelto la guerra. I bambini. Per questo rivolgo alla città di Empoli un appello: aderiamo alla proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace. Facciamo in modo che Empoli aggiunga la propria voce a quelle che chiedono che l'infanzia venga finalmente sottratta alla logica della guerra.
Perché un bambino dovrebbe avere in mano una matita, un libro, un pallone. Mai una guerra.
Ci sono momenti nei quali una città può decidere se limitarsi a osservare ciò che accade nel mondo oppure scegliere di prendere una posizione. Credo che questo sia uno di quei momenti. Per questo, attraverso queste pagine, rivolgo un appello personale alla città di Empoli: aderire ufficialmente alla proposta di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace, rilanciata dal professor Eugenio Mazzarella dell'Università Federico II di Napoli.
Non penso che un premio possa fermare una guerra. Non penso nemmeno che una candidatura possa restituire la vita ai bambini che sono stati uccisi, né cancellare le ferite di quelli che sono sopravvissuti. Ma penso che possa avere un valore enorme: costringere il mondo a guardare la guerra dalla parte dei bambini. E forse è proprio questo che oggi abbiamo bisogno di fare.
La guerra vista dagli occhi di un bambino
Quando parliamo di guerra siamo abituati a contare morti, feriti, edifici distrutti, territori conquistati o perduti. Ma c'è un'altra contabilità, molto più difficile da misurare. È quella dell'infanzia perduta. Un bambino che vive sotto i bombardamenti non perde soltanto la propria sicurezza. Può perdere la casa, i genitori, i fratelli, gli amici, la scuola, il quartiere nel quale è cresciuto e tutti quei riferimenti che costruiscono la sua identità. Può riportare ferite fisiche permanenti, amputazioni, disabilità. Ma anche quando il corpo rimane apparentemente integro, la guerra può lasciare ferite invisibili. La paura continua, gli incubi, l'ansia, l'isolamento, la depressione, la perdita della capacità di concentrarsi, il trauma legato alla morte o alla violenza vissuta direttamente o osservata possono accompagnare un bambino per anni.
E poi c'è la scuola.
Una scuola distrutta non è soltanto un edificio in macerie. È una biblioteca che non esiste più. È un insegnante che non può più insegnare. È una classe di bambini che non si ritrova. È un anno di vita che viene cancellato. L'interruzione dell'educazione significa perdere conoscenze, relazioni sociali, opportunità e prospettive. Significa compromettere il futuro di una generazione. E non è finita. La guerra porta fame, malnutrizione, malattie, mancanza di cure mediche, condizioni igieniche precarie, sfollamento e perdita di ogni stabilità. Può costringere bambini e famiglie a spostarsi continuamente, trasformando l'eccezionalità dell'emergenza nella normalità quotidiana. E c'è una conseguenza ancora più profonda. La guerra insegna ai bambini che la violenza è normale. Insegna che il rumore di un'esplosione può essere più familiare di quello di una campanella scolastica. Insegna a distinguere un aereo da un elicottero, una sirena da un allarme, invece di insegnare a leggere, a scrivere, a giocare. Questo è forse il crimine più terribile che una guerra possa commettere contro l'infanzia: rubare ai bambini il diritto di essere bambini.
Perché proprio i bambini di Gaza?
La proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace non dovrebbe essere letta come una competizione tra vittime. Non significa che le sofferenze dei bambini israeliani, ucraini, sudanesi, yemeniti o di qualsiasi altra parte del mondo valgano meno. Al contrario. Proprio perché i bambini non sono responsabili delle decisioni degli adulti, ogni bambino vittima di una guerra dovrebbe essere considerato parte della stessa grande tragedia dell'infanzia violata. La candidatura dei bambini di Gaza può dunque diventare un simbolo. Un simbolo rivolto alle istituzioni internazionali, ai governi e alla società civile. Un simbolo che dica una cosa elementare e insieme rivoluzionaria: la pace deve cominciare dalla protezione dei bambini. Non dalle strategie militari. Non dai confini. Non dalle vendette. Non dalla logica secondo cui una sofferenza può giustificarne un'altra. Dai bambini.
E allora chiedo a Empoli di fare la sua parte
Empoli è una città che ha una storia importante di partecipazione civile, di memoria e di impegno democratico. Per questo mi rivolgo al Sindaco Alessio Mantelassi , alla Giunta e a tutto il Consiglio comunale. Chiedo che il Comune di Empoli aderisca ufficialmente alla proposta di candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. Chiedo che questa adesione non rimanga una semplice dichiarazione, ma diventi una scelta pubblica della città. Un atto istituzionale. Un segnale. Un modo per dire che Empoli riconosce nella tutela dell'infanzia uno dei valori fondamentali della propria comunità. Non chiedo alla città di condividere una parte politica. Chiedo di condividere un principio. I bambini non sono la guerra. Sono le sue vittime. E proprio per questo possono diventare il simbolo più forte della pace. La loro candidatura al Nobel non restituirà ciò che è stato perduto. Ma potrebbe ricordarci che dietro ogni numero c'è un bambino. Dietro ogni fotografia di una distruzione c'è una vita che avrebbe dovuto essere diversa. Dietro ogni scuola distrutta c'è un futuro interrotto. Dietro ogni bambino ferito c'è un adulto che non potrà mai cancellare ciò che quel bambino ha visto. La guerra uccide l'infanzia
È questa, alla fine, la ragione del mio appello.
La guerra non uccide soltanto le persone. Uccide l'infanzia. Uccide il diritto di giocare. Uccide il diritto di andare a scuola. Uccide il diritto di sentirsi al sicuro. Uccide il diritto di progettare il futuro. E quando non riesce a uccidere un bambino, può comunque provare a rubargli una parte dell'infanzia. Per questo credo che Empoli debba dire la sua. Con rispetto per tutte le vittime. Senza dimenticare nessun bambino. Senza trasformare il dolore in propaganda. Ma con una convinzione semplice e radicale: Se vogliamo costruire la pace, dobbiamo prima di tutto difendere coloro che non hanno scelto la guerra. I bambini. Per questo rivolgo alla città di Empoli un appello: aderiamo alla proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace. Facciamo in modo che Empoli aggiunga la propria voce a quelle che chiedono che l'infanzia venga finalmente sottratta alla logica della guerra.
Perché un bambino dovrebbe avere in mano una matita, un libro, un pallone. Mai una guerra.






